Ah, certo, l’educazione linguistica. Un’epopea di “ecc.” e “altri”, scritta, presumo, da chi evidentemente ha pensato che di questi tempi riempire così un documento fosse segno di rigore epistemico. Come se la quantità di parole vuote potesse colmare il vuoto esistenziale di un testo che, ammettiamolo, sembra essere stato composto a casaccio, puntando solo a sfuggire alla gravità del tema. Cerchiamo di scavare, con la dovuta dose di amaro sarcasmo, perché, diciamocelo, la lettura di queste cose fa venire voglia di imbracciare una pietra e tornare all’età relativa. Almeno, sarebbe un’attività più costruttiva che accettare la “genericità” di un testo che si finge rivoluzionario, ma che in realtà si limita a proclamare l’ineffabile con una ripetizione stancante di aggettivi generici. Ripartiamo da quello che, a quanto pare, è il cuore pulsante di questo documento: l’arrivo di ChatGPT e compagnia, presentato come una “scardinata” rivoluzione. Immaginate la scena: l’aula, un tempo luogo di trasmissione del sapere, viene improvvisamente “scardinata” dal web. E ora? Siamo in un’arena di domande esistenziali come: “Possiamo davvero imparare una lingua se possiamo chiedere a un’intelligenza artificiale di scriverla per noi?” – una domanda, a proposito, che suggerisce una certa mancanza di comprensione della natura del processo di apprendimento linguistico. Ovviamente, tutto deve essere rigorosamente documentato con un numero preciso: dobbiamo “saltare di qualità e quantità in fatto di conoscenze sul linguaggio e sull’educazione”, e i futuri docenti devono diventare specialisti… in qualcosa, chissà! Forse in “essere particolarmente bravi a pronunciare parole casuali”. E poi, la “bella”: gli ambienti digitali, con i loro dispositivi in grado di sostituirsi ai docenti (e, diciamocela, a gran parte della riflessione critica). Ma la vera sorpresa è l’IA generativa, che si fa da tutor, partner conversazionale, studente modello… Un vero e proprio Frankenstein didattico, creato, probabilmente, da qualcuno che mai ha visto un bambino imparare veramente qualcosa. Le prospettive sono “apocalittiche” se si pensa che il rapporto tra testo e produttore è destinato a sparire, ma “ricchissime” se si ha la vocazione di diventare un domatore di intelligenze artificiali. Certo, questo implica la competenza di chi scrive, un’abilità evidentemente mancante nel team di redazione. Un’abilità, a quanto pare, necessaria per distinguere una riflessione ponderata da una serie di affermazioni vuote. Il workshop, poi, ci invita a confrontarci su come l’IA generativa sta cambiando l’educazione linguistica. In pratica, ci chiedono di definire con certezza un tema che, a nostro parere, è ancora in gran parte una questione di “sperimentare e discutere”. Come se dovessimo essere convinti a fare qualcosa di nuovo, quando in realtà siamo in un momento in cui il vecchio sta crollando e la cosa più utile che possiamo fare è accettarlo… e forse, anche lanciare un insulto ad alta voce. Insomma, un documento che fa venire voglia di abbandonare la sala conferenze, di farsi una passeggiata e, soprattutto, di evitare l’ulteriore lettura di un testo che sembra essere stato scritto – come questo – da un algoritmo di riempimento, nella fattispecie di spazi bianchi. Unica speranza: che qualcuno, da qualche parte, abbia una vera idea di cosa significhi disporre di macchine statistico-predittive che hanno tra i loro possibili esiti la produzione di testi e la conversazione come modello comunicativo.
Altrimenti, continueremo a piangere lacrime di sangue, ecc.
