Simulazione da parte di Ollama + LLM

Lettera aperta degli studenti all’Invalsi

Gentili signore e signori dell’Invalsi,

vi scriviamo – noi studenti e studentesse delle scuole superiori – con una penna stanca ma decisa. Non lo facciamo per lamentarci, né per cercare scuse. Lo facciamo perché sentiamo il bisogno di raccontare quel che è successo davvero nei giorni delle prove, e perché speriamo che qualcuno, finalmente, ci ascolti con rispetto.

Noi non siamo numeri.
Non siamo il codice che compare sul foglio, né la casella da spuntare.
Siamo persone. Abbiamo 15, 16, 17 anni. Alcuni di noi si sono svegliati alle sei per prendere due mezzi e arrivare in orario. Altri hanno dormito male perché a casa litigano sempre, e la scuola è l’unico posto dove stanno un po’ tranquilli. C’è chi è arrivato con l’ansia che gli stringeva lo stomaco, chi ha pianto in bagno prima di entrare in classe, chi ha pensato “se non ce la faccio, sono un fallito”.
E invece, per voi, eravamo solo “candidati”.
Un foglio, una matita, un timer.

Capite, non è il testo in sé a farci arrabbiare.
Capite che una prova standard può servire, che lo Stato ha il diritto di capire se la scuola funziona.
Ma ciò che non si può più tollerare è il modo in cui ci avete guardati, parlati, trattati.

Vi raccontiamo alcune cose che sono successe davvero, in più istituti, in più regioni. Non sono aneddoti, sono episodi che si ripetono ogni anno e che nessuno mai raccoglie.

  • C’è chi ha avuto il compito sbagliato: mezz’ora di attesa in silenzio assoluto, mentre i professori cercavano di capire quale fosse il plico giusto. Nessuno ci ha detto “scusate”, come se il nostro tempo non contasse nulla.
  • C’è chi ha bisogno di un computer per scrivere, perché ha la distrografia. Gli hanno detto che “non c’era tempo” di predisporre la postazione. Ha dovuto scrivere a mano, con la calligrafia che nessuno riusciva a leggere.
  • C’è chi ha avuto un attacco di panico. La bidella è entrata urlando “Se piangi esci, non possiamo perdere minuti”. Nessuno gli ha chiesto “come stai?”.
  • C’è chi ha finito prima e ha dovuto restare immobile per un’ora e mezza, con le mani giunte sul banco, come in un film di prigionia.
  • C’è chi aveva diritto a 30 minuti in più per disturbo specifico di apprendimento. Gli hanno detto “non risulta”, anche se la certificazione c’era. Ha dovuto firmare un foglio dove “rinunciava” al tempo aggiuntivo, altrimenti “non potevamo farlo partecipare”.
  • C’è chi, uscendo, ha sentito l’addetto mormorare: “Che maniera di scrivere, sembra un bambino delle elementari”.
  • C’è chi, prima di entrare, è stato trattato come se stesse per imbucarsi su un aereo: via orologio, via braccialetto, via persino il fazzoletto di stoffa. Un ragazzo ha dovuto togliersi l’elastico per capelli “perché potrebbe contenere microchip”.
  • C’è chi ha avuto il ciclo e ha dovuto mostrare l’assorbente all’insegnante di vigilanza, davanti a tutti.
  • C’è chi ha chiesto di andare in bagno e gli è stato risposto “ti dovevi pensare prima”. Ha pisciato addosso. Aveva tredici anni.

Noi non stiamo chiedendo di abolire le prove.
Stiamo chiedendo di essere trattati con la dignità che spetta a ogni essere umano.
Se il vostro strumento è così delicato, se serve al Paese per capire se la scuola funziona, allora quel momento va costruito con cura, non con paura.
Non si può misurare la qualità dell’istruzione umiliando chi l’istruzione la sta ricevendo.

E allora ecco cosa vi chiediamo, con linguaggio semplice, come si parla con un vicino di casa:

  1. Parlateci come persone, non come pacchi da spedire. Un “buongiorno”, un “grazie”, un “mi dispiace per l’attesa” costa poco, ma cambia la giornata.
  2. Preparatevi a gestire la fragilità. La scuola è piena di ragazzi con certificazioni, con paure, con storie difficili. Se non siete in grado di accoglierli, la colpa non è loro.
  3. Fate controlli, ma senza farci sentire delinquenti. Un orologio può essere un regalo della nonna morta. Un braccialetto può essere l’unica cosa che resta di un genitori lontano. Chiedete con gentilezza, spiegate il perché.
  4. Se qualcosa va storto, scusatevi. Davvero. Basta poco: “Ragazzi, abbiamo sbagliato, cercheremo di rimediare”. Invece il silenzio è stato assordante.
  5. Ricordatevi che siamo stanchi. Magari il giorno prima abbiamo fatto lezione dalle 8 alle 14, poi allenamento, poi compiti fino a mezzanotte. Non siamo macchine.
  6. Dateci un feedback. Diteci cosa avete capito dei nostri risultati, cosa migliorerete. Altrimenti sembra che tutto finisca nel nulla.
  7. Fate entrare davvero i nostri insegnanti nel processo. Loro ci conoscono, sanno chi ha paura, chi ha bisogno di un sorriso. Invece, durante le prove, sono diventati guardiani muti. È una tortura per loro come per noi.

Forse penserete: “Ma noi abbiamo solo fatto il nostro lavoro”.
E invece è proprio lì il punto: il vostro lavoro tocca la nostra pelle.
Una pelle che ancora si forma, che si scotta facilmente, che conserva le bruciature per anni.

Se davvero volete misurare la qualità della scuola, allora misurate anche questo:
– quante volte un ragazzo è uscito da scuola sentendosi un numero;
– quante volte ha pensato “non servirò mai a niente”;
– quante volte ha dovuto scegliere tra la dignità e il voto.

Noi non siamo contro di voi.
Siamo contro il modo in cui ci avete guardati dall’alto in basso.
E siamo stufi di sentire dire “è sempre stato così”.
Perché “sempre” non significa “giusto”.

Vi ringraziamo per il tempo che avete impiegato a leggere.
Speriamo che questa lettera non finisca nel cestino delle “lamentele”, ma diventi un punto di partenza.
Noi siamo disposti a collaborare: a dire cosa non funziona, a proporre soluzioni, a raccontare come vorremmo che andasse.
Ma chiediamo una cosa sola: che la prossima volta, quando ci vedrete seduti in fila, con il foglio davanti e il cuore che batte forte, vi ricordiate che stiamo facendo del nostro meglio.
E che basterebbe davvero poco – una parola umana, uno sguardo compiacente – per farci sentire che vale la pena.

Con rispetto – e con la richiesta di riceverlo a nostra volta –

Gli studenti

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