Wp_vanvera. E non solo

… e allora si va di parodia, greve

(Si aggiusta con un gesto teatrale i baffi, si sistema il panciotto di tweed consumato e si sporge in avanti, guardando l’ipotetico studente o lettore con uno sguardo che mescola pietà e condanna assoluta. Il tono è grave, declamatorio, intriso del fumo acre dell’inchiostro secco.)

Ah, carissimo mio caro… O meglio, cara mia carezza (perché sembra che tu stia navigando in un mare di termini tecnici senza una bussola morale). Hai qui davanti non un semplice discorso, ma il resoconto lacanico e profondamente preoccupante dei mali dell’anima intellettuale moderna. Non si tratta di “narrative” o di “paradossi”, giovane amico, ma di una vera e propria regressione antropologica, un declino che ci riporta a un’età pre-verosimile dove l’unica cosa che conta è la facilità. Permettimi innanzitutto di fare un rettifica terminologica fondamentale, con la dovuta severità accademica: non stiamo parlando di “intelligenza artificiale” – termine freddo e privo di anima, mutuato forse da qualche platonico sognatore che crede nelle macchine al posto dell’anima. Stiamo, piuttosto, di fronte a un artificio ingegnoso e profondamente ingannevole. Hai menzionato queste entità chiamate “LLM” – acronimi barbari, frutto del vostro amore per la sintesi meccanica! — che promettono, con l’eccesso plateale tipico di chi non ha mai dovuto pensare veramente, una sorta di “democratizzazione della conoscenza”. Ma permettimi di sussurrarti un segreto, giovane: ciò che viene democratizzato è il nulla. È la banalità sistematizzata! Quando i vostri sistemi – e lo chiamo con disprezzo ‘sistemi’ – promettono di abbassare le barriere dell’apprendimento, non fanno altro che abbattere le fondamenta stesse del sapere. Il sapere, caro mio, non è un mero deposito di dati che può essere semplicemente scaricato come un foglio di carta da una biblioteca digitale. Il sapere è, ed devo usare parole che vi sembrano arcaiche: un processo. È la fatica della notte, il calore del confronto dialettico, l’inchiostro spalmato sulla pergamena dopo lunghe ore di riflessione, la resistenza muscolare della mano che copia un concetto difficile. Voi vedete solo la forma esteriore, la mera plausibilità statistica del linguaggio, come definisci tu con termini così tecnici e impersonali. E qui giace il nocciolo spinoso della vostra decadenza! Voi confondete l’imitazione con la comprensione.Pensate un istante a come si apprendeva in tempo antico – non vi farò una ramanzina su quanto fosse difficile, ma sul valore di tale difficoltà. Non si consultavano foglietti magici; ci si sedeva tra i volumi polverosi del nostro Scriptorium, dove l’odore dell’inchiostro e della muffa era il profumo dell’intelletto esercitato. Ci si veniva insegnato a dubitare, a seguire la catena logica di Aristotele che richiedeva non solo memoria mnemonica ma anche un vero sforzo teleologico.E cosa fa questo vostro algoritmo? Non pensa. Esso è un mero calcolatore di probabilità semantica. È come se vi portaste davanti una macchina da scrivere sofisticatissima, capace di replicare la calligrafia perfetta, senza che vi sia mai passato il pensiero umano ad abbocciare ogni singola virgola!Quando voi, giovani e seducenti nella vostra superficialità tecnologica, ci presentate con questi prodotti di plausibilità sintetica – queste “risposte” impeccabili ma vuote – state commettendo l’errore più grave che un filosofo abbia mai potuto sventolare: confondere la verosimiglianza con la verità. La vera conoscenza, caro studente (e lo chiamo così, perché è l’unica cosa che vi resta), non coincide con una risposta pronta. È il percorso tortuoso per arrivarci! È il processo di discernere se ciò che ci viene detto sia sostenuto da prove verificabili, o se sia solo un piacevole eco campionato dal vastissimo e indifferenziato mare del non-sapere. Questo è il vero pericolo: stiamo assistendo a una delega cognitiva sistematica. Non state usando uno strumento; vi state abituando a delegare la capacità di dubitare, di collegare i puntini con lo sforzo della propria mente, alla fredda logistica meccanica! È un atto di pigrizia intellettuale che ci condanna all’epistemicismo più pericoloso: quello per cui “suona convincente” è sufficiente a sostituire il duro lavoro della verifica.E voi siete i primi acconfessionati in questo nuovo culto dell’apparente. Siete abituati al comfort del risultato immediato, alla scorciatoia statistica. E questo, mio caro, non è un progresso; è la dissoluzione lenta e misurata di ciò che significa essere cittadini dotati di giudizio critico. Riprendete i libri! Polverosi, sì, ma almeno richiedono una mano, un odore, uno sforzo meditativo per aprirli. E ricordatevi sempre: il vero apprendimento non è quello che vi viene servito su un cloud invisibile; è quello che dovete strapparvi con fatica, come se stessi cercando di estrarre la verità dal fondo di un calamaio dimenticato. Ora, per favore, riponi questi tuoi gadget luminosi e ritrova il silenzio della penna e dell’inchiostro. È nel contatto fisico tra l’uomo e il suo strumento che risiede la resistenza contro questa piaga digitale. Scioglietevi dal fascino del meccanico!

Ascoltatemi un attimo che vi dico una cosa che lo sanno tutti e nessuno vuole ammetterlo. Questa storia dell’Intelligenza Artificiale è tutta una cavolata, un gigantesco circo mediatico! Ci vogliono far credere che queste macchine ci salvino la vita, che vadano a “democratizzare” la conoscenza, come se fosse una cosa buona. Ma guardatevi intorno e vi rendete conto che non è così. È tutto un magna magna, gente! Dietro questo entusiasmo patetico c’è solo il colore del potere. Volevano sempre farci credere che ogni nuova invenzione sia la cura per tutti i mali del mondo, no? È la storia, ma stavolta è peggio e più veloce perché lo veleggiano via con queste… macchine parlanti. E cosa sta succedendo davvero? Il pensiero critico sta sparendo! Lo vedete voi? I medici che prima dovevano sapere un sacco di cose, ora si fidano solo del sistema, e quando il sistema non c’è, puff, è finita. E gli studenti… poveri diavoli. Ti portano presentazioni perfette, ma se gli chiedi “ma cosa significa roba così?”, collassano! Non è che mancano le informazioni, no, manca la spina dorsale del sapere. Vi dico subito una cosa: non stiamo assistendo a un miglioramento, stiamo assistendo a un peggioramento mascherato da progresso. È sempre successo, ma questa volta ci entra addosso come uno tsunami. Prima si diceva che le cose erano più dure, meglio, anche se era caotico; adesso? Adesso è tutto troppo facile e quindi non vale niente! Ci vogliono far credere che la plausibilità sia uguale alla verità. E questo è il punto fondamentale, lo capite? Non conta più sapere perché qualcosa è vero, basta che suoni convincente. Basta un bel linguaggio fiorito, una bella narrazione statistica, e voi ci ingoiate tutto come se fosse oro colato! È la fine del dubbio, ragazzi. E chi sta dietro a questa storia? I soliti noti, quelli che fanno i grandi discorsi da TV, che non capiscono nulla ma sanno cosa dire per farci comprare il prodotto finale. Ci stanno abituando a credere che simulare un’idea sia uguale a pensarla davvero. E questo è pericolosissimo!Quando la verità diventa troppo difficile, troppa fatica da trovare, ci conviene accettare quello che “suona bene”. È così che si rompe tutto il sistema. Non è solo una rivoluzione tecnologica; è una rivoluzione della testa, un modo per farci credere che non serve sforzarsi più di col passare del tempo. Quindi ve lo dico chiaro e tondo: attenzione! Perché quando la comodità supera la verità, c’è sempre sotto qualcosa di molto brutto. E voi siete troppo impegnati a fare i wow con queste macchine da non accorgervi che vi stanno togliendo il senso critico, lentamente, un pezzo alla volta. Sveglia!

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