Parlare semplice è una virtù

Parlar chiaro, parlar facile

Autore: Luciano Gruppi
Testata: l’Unità
Data di pubblicazione: Mercoledì 10 ottobre 1979
Sottotitolo: Alle radici delle polemiche attuali sull’evoluzione degli usi linguistici tra informazione e politica – Gli obiettivi del rinnovamento intellettuale nella società di oggi


La questione del linguaggio, del modo in cui i giornali (ma anche gli oratori, o i dirigenti che prendono la parola in riunioni), parlano al loro pubblico, è diventata acuta, se si considera il numero di lettere che l’Unità riceve in proposito. La lamentela contro le parole difficili, l’uso di parole straniere (o latine) non accessibili, è assai diffusa. Se poi tu parli di questo in una riunione (mi è capitato) è subito il pandemonio.

Tutti possono ricordare come Enrico Berlinguer sia ritornato sul problema nel recente XV Congresso.

Il fenomeno, del resto, non riguarda solo noi, ma tutta la società italiana, la nostra «cultura»; si tratta di uno dei tanti sintomi di imbarbarimento.

Per quel che ci riguarda, direi che il parlare astruso ed astratto si sia diffuso tra molti dirigenti intermedi del nostro partito, per non parlare dei sindacalisti, per i quali gli elementi di «tecnica», che sono propri dell’azione sindacale, han dato luogo ad un linguaggio tecnicistico ed astratto da far paura. Nei sindacati! Dove si dovrebbe saper parlare al più semplice dei lavoratori.

Spiegare come questo sia avvenuto non è facile. Conseguenza del fatto che, dal ’68 in poi, molti intellettuali si siano (fortunatamente!) spostati a sinistra e siano entrati nel movimento operaio, portandosi però abitudini di linguaggio astratto ed astruso? O del fatto che la politica e la lotta sindacale si siano fatte sempre più complesse? Di un estendersi della burocrazia nella vita sociale, che «burocratizza» anche il linguaggio? Risultato ancora di un certo farsi «professionale» dell’attività politica? Il fatto è che tutto ciò può diventare una causa in più del distaccarsi dalla politica, dalla vita delle nostre sezioni, dei lavoratori e della semplice gente del popolo.

Il problema si presenta in modo così acuto proprio in questi anni perché quei fenomeni di degenerazione del linguaggio si sono aggravati, ma anche perché è cresciuto il numero di coloro che vogliono capire ed imparare, è diminuito il timore reverenziale verso gli intellettuali e gli scrigni «inaccessibili» della cultura. In corrispondenza, insomma, ad uno sviluppo della democrazia.

Non sempre si è prestato orecchio a questa rivendicazione del diritto di capire con la dovuta umiltà e non son mancate le risposte spazientite ed altezzose.

La questione è più complessa di quanto non possa sembrare. Non vi è problema, per difficile che esso sia, che un giornale comunista non debba trattare e porre di fronte alle masse. Ora «tutto ciò che può essere detto, può essere detto con chiarezza» (ammoniva un filosofo, il Wittgenstein). Ma non sempre la chiarezza coincide con la semplicità e la facilità. Anzi, un modo di esprimersi semplice, del resto, in quanto riduce ai suoi termini essenziali un problema complesso, può essere solo in apparenza facile: facile in modo ingannevole. Credo ci si debba sforzare di essere chiari sempre, facili il più che si può. Vi è un prezzo che non si può pagare: non trattare di un problema (economico, filosofico, scientifico) perché esso è difficile. Sarebbe un’offesa ai lettori, un venir meno alla lotta per l’egemonia del movimento operaio. Oppure trattarlo semplificandolo a tal punto da falsarne i termini. Parlare con chiarezza, e possibilmente in modo facile, non può tradursi in un impoverimento del linguaggio. Proprio le attuali astruserie, invece, rappresentano un impoverimento del linguaggio.


Il ruolo dell’Illuminismo

Merita riflettere sul modo in cui la borghesia è venuta edificando, nei secoli, la sua capacità di dirigere la società e gli Stati, la sua egemonia. Ciò è stato preparato dal formarsi delle lingue nazionali europee, dal passaggio del volgare (o dialetto fiorentino) a lingua colta nazionale, da noi. La borghesia, ad un certo punto, con atto di battaglia, ha abbandonato il latino — la lingua dei colti, del clero — per la lingua nazionale (dei laici, dei borghesi). Così Galileo scrisse in italiano, così Descartes adottò il francese per quello che fu il suo manifesto filosofico, il Discorso sul metodo (1637). Locke lasciò il latino per usare (1690) un inglese semplice, scorrevole, in cui è ridotto al minimo l’uso dei termini tecnici della filosofia: fece il massimo sforzo per parlare al più ampio pubblico (borghese) possibile.

Sia pensiamo a quei grandi maestri nell’arte di diffondere idee nuove — riformatrici in certi casi, rivoluzionarie in altri — nel modo più vivace, gradevole, accessibile, quali furono gli illuministi; coloro che prepararono il grande assalto borghese della rivoluzione dell’89.

Che cosa voglio dire? Voglio dire che la borghesia preparò la propria egemonia politica, al livello della cultura — oltre che sulla base dell’economia — creando con una nuova cultura un nuovo linguaggio per opera dei suoi intellettuali. Un linguaggio capace di rompere la tutela del clero — alleato all’aristocrazia — e di giungere ai borghesi, educandoli ad una nuova concezione del mondo.

Non deve dunque la classe operaia fare altrettanto? E in realtà non sta operando in questo senso il movimento operaio da oltre un secolo, e su scala di massa, oggi?

Il compito del movimento operaio è però molto più difficile di quello della borghesia. Essa parlava pur sempre ad una minoranza. Il movimento operaio, il Partito comunista deve parlare a tutti! Qui non si tratta di passare dal latino alla lingua nazionale, ma dal dialetto (dalla visione di chi «pensa» in dialetto, in modo men che regionale) alla lingua nazionale (alla visione di chi «pensa» in lingua nazionale, cioè in modo che lo pone anche a contatto della cultura internazionale).


Le indicazioni di Gramsci

Questo immane problema fu affrontato nell’URSS, sotto la guida di Stalin, con un’estrema semplificazione (e distorsione) della concezione di Lenin. Ciò fu, da un lato, momento della lotta di Stalin per far prevalere la propria interpretazione di Lenin, per garantirsi la direzione del partito e dello Stato; dall’altro, fu il modo in cui, in quel paese, di fronte a quelle masse contadine, si cercò di sormontare le difficoltà. E’ un modo che noi non possiamo seguire. Ma ad alcune condizioni: che sia chiarissimo di fronte a tutti noi — dirigenti periferici, giornalisti, ed anche scrittori di saggi e libri (in modi diversi, si capisce) — che la creazione di una nuova cultura a cui ci siamo accinti, portando già molto avanti questo compito, esige da noi la capacità di trasmettere a grandi masse — ma in modo non semplicistico, deformato — le più alte ed avanzate acquisizioni della cultura.

Elevare le masse ad un nuovo livello di cultura significa modificare, innovare quella cultura che, a contatto delle masse, deve rispondere a nuovi problemi, si arricchisce di nuovi contenuti. Ciò pone non solo problemi di contenuti, ma di forma (le due cose non sono separabili), di linguaggio. La riforma intellettuale e morale, di cui Gramsci parlava, che abbiamo riproposto con vigore, esige anche un linguaggio capace di esprimerla.

Il che significa che dobbiamo cogliere con maggiore severità il vizio secolare e profondo della cultura italiana. Quello in cui Gramsci vide il fallimento degli intellettuali «laici», incapaci di portare alle masse più semplici e rozze una nuova cultura, un nuovo umanesimo. Incapaci, perché rimasti una casta chiusa, di realizzare una nuova unità tra intellettuali e popolo. Di qui l’incapacità degli intellettuali italiani di dar luogo ad una cultura nazionale e popolare, come invece riuscì a quelli francesi ed inglesi.

A ben vedere vi fu nella intellettualità italiana una mancanza di concretezza e perciò di un rapporto col popolo che si esprime anche nel linguaggio, perché le classi dominanti non seppero affrontare i problemi concreti della vita nazionale. La via della chiarezza è quella della concretezza. Orbene, il vezzo accademico di pensare che ciò che è chiaro e semplice è inevitabilmente superficiale, e solo ciò che è oscuro e arduo può essere profondo ed originale, tale vezzo, tale morbo dissolvitore, ci è rimasto in parte attaccato. Vincerlo è una delle condizioni del rapporto tra intellettuali e lavoratori, tra organi dirigenti del partito e base, soprattutto tra partito e masse.

E’ una delle condizioni indispensabili della riforma intellettuale e morale, della creazione di una cultura veramente nazionale e popolare, che non può formarsi ove il movimento operaio non sappia realizzare tutta la propria capacità dirigente, anche al livello delle idee e… delle parole con cui esprimerle.

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