Meta AI davvero stupefacente:
Amore.
Tutti la chiamano Amò.
Borgatara romana, Trullo proprio, non quella finta borgata chic che adesso ci fanno i brunch col pane al carbone. No. Trullo Trullo, palazzoni, panni stesi, motorini truccati che passano alle tre di notte.
Amò c’ha 34 anni, un figlio che sta a Napoli dalla nonna per l’estate, un tatuaggio sbiadito qua sul polso che dice LOVE ma la L sembra una I. E infatti lei dice: so’ rimasta co’ IOVE, che sarebbe amore senza amore, capito?
Lavora da Tiger, fa le unghie il sabato a casa delle amiche, 15 euro, e c’ha sta risata che fa cascare tutto.
Un giorno Amò sta al bar de Pino, sta a beve un caffè che è più acqua sporca che caffè, e vede sto tizio.
Alto, magro, con una faccia che non sta bene. Tipo bello ma come se qualcuno l’avesse disegnato con una matita troppo appuntita. Occhi spiritati, giacchetta che non è di qua. Sta lì fermo, non beve, guarda.
Lei: che me guardi?
Lui: scusi.
Con la esse. Scusi. Chi dice scusi al Trullo? Al Trullo si dice oh, che cazzo vuoi.
Lei capisce subito che non è de qua. Gli dice: come te chiami, amore?
E lui fa: Psycho.
Amò ride. Ride che le si rovescia il caffè.
Psycho? Ma che è, nome? Ma che sei, un film?
E lui serio, serissimo: Sì. Sono scappato. Ero scritto per stare in un motel, dovevo fare il matto, uccidere una bionda nella doccia. Ma non mi andava. Ho strappato il foglio e sono uscito dalla sceneggiatura. Ho corso.
Amò lo guarda. A lei ste stronzate di solito non gli piacciono. Però sto Psycho c’ha una faccia talmente disperata, tipo cane sotto la pioggia, che le fa tenerezza.
E poi – diciamolo – a lei i matti gli sono sempre piaciuti. Tutti i suoi ex erano un po’ psycho, solo che senza il fascino di Hitchcock, più tipo de quelli che ti rubano la bici.
Gli dice: senti Psycho, vieni a casa mia che fuori fai troppo film americano e qua te pija il sole e muori.
Se lo porta a casa.
Casa de Amò: due stanze, condizionatore rotto, odore di fritto e di ammorbidente. Sul frigo la foto del figlio con gli occhiali da sole. Psycho entra e tocca tutto come se non avesse mai toccato niente di vero. Tocca la tenda. Tocca il divano di finta pelle. Tocca Amò.
E Amò gli fa: oh, calma. Prima si mangia.
Gli fa la pasta col tonno. Lui non l’aveva mai mangiata. In sceneggiatura mangiava solo panini tristi nei motel.
Mangiano. Lui la guarda mangiare. Lei mangia sporcandosi, ridendo, dicendo porco °°° ogni due parole.
Lei: allora, che vuoi fa mo che sei scappato? Che lavoro sai fa?
Lui: So stare fermo dietro una tenda e guardare.
Amò: eh, amore mio, quello lo sanno fa tutti gli uomini de Roma. Non è un lavoro. Devi imparare a fa qualcosa de utile. Tipo stendere i panni, tipo non rompere i coglioni.
Psycho annuisce. È felice. Nessuno gli aveva mai detto di stendere i panni.
La sera vanno in terrazza. C’è l’estate che spacca le pietre, le zanzare grosse come elicotteri, i ragazzini che giocano a pallone urlando. Amò si fuma una sigaretta, in canottiera, con le tette un po’ giù, bellissime lo stesso.
Psycho le dice: tu sei la prima persona vera che vedo. Gli altri nel film erano tutti finti, dicevano le battute scritte.
Amò gli sputa quasi il fumo in faccia: ma che vera, ma che finta. Io so vera perché c’ho le bollette da paga’, c’ho la cellulite, c’ho voglia de scopare quando me pare e non quando lo scrive un regista. Capito? Questa è la libertà, Psycho. Non è scappare dal film. È fregarsene.
E poi lo bacia. Perché sì. Perché c’ha voglia.
Psycho non sa baciare. Bacia come se avesse imparato da un manuale. Amò ride con la bocca attaccata alla sua e gli insegna. Gli dice: più lingua, meno Hitchcock.
E lui impara. Impara in fretta.
Dopo, a letto, con le lenzuola appiccicose, Amò gli dice: senti, mo puoi restare qualche giorno. Però due regole. Uno: non uccidi nessuno nella doccia, che la doccia mia già perde acqua, non c’ho bisogno di sangue finto. Due: se resti, resti come persona, non come personaggio. Quindi domani mattina vai a compramme le sigarette.
Psycho la guarda, con quegli occhi da matto che adesso sono meno matti, più tipo innamorati, che è quasi la stessa cosa.
Dice: d’accordo, Amò.
E fuori, il Trullo fa il suo casino di sempre, e per una volta in una storia d’amore romana, nessuno muore ammazzato.
Amò(re) e Psycho
di Andrej Nervo, detto Sismo — Trullo, 2026

